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sabato 26 settembre 2015

La benedizione: uno dei più potenti codici vibratori



IL DONO DELLA BENEDIZIONE GREGG BRADEN

Uno dei più grandi doni che ci siano stati tramandati dalla tradizione degli antichi Esseni è un codice verbale che ci dà l’opportunità di affrontare con grazia le esperienze di vita che ci feriscono più profondamente.
Questo codice relativamente oscuro nei tempi antichi e spesso discusso forse senza essere compreso nei tempi moderni è conosciuto come il DONO DELLA BENEDIZIONE. Attraverso il dono della benedizione ci viene chiesto di ammettere la possibilità che ogni evento che si svolge nel nostro mondo nelle nostre vite e alla nostra presenza abbia preso origine senza  eccezioni, da una singola fonte di tutto ciò che  esiste.  Ci viene chiesto di ammettere la possibilità che esista una fonte di tutto ciò che è conoscibile durante l’esistenza umana e  che, in quella prospettiva, qualunque evento accada, sia esso gioioso  o doloroso,  deve essere visto come parte dell’Uno, come parte del tutto di quella Fonte di tutto ciò che esiste.
Nel momento in cui benediciamo un evento che ha ferito, o una persona che ci ha causato dolore o sofferenza affermiamo la natura  divina o sacra di ciò che è accaduto, che è divina e sacra proprio perché esiste in virtù dell’Uno e come parte di esso.
La benedizione è forse in assoluto uno dei più potenti codici  vibratori che ci siano stati tramandati e raramente ci è stato mostrato come applicarlo.  Il dono della benedizione rappresenta per noi l’opportunità di sbarazzarci delle cariche contenute nei nostri organismi e di procedere con le nostre vite.
La benedizione può essere definita come una qualità di pensiero, sentimento ed emozione. Ci permette  di riconoscere la natura santa, sacra e divina di qualunque evento sia occorso e non  indica accettazione, consenso o condono  di una qualunque azione,  semplicemente riconosce la natura divina  dell’evento e vi permette di procedere in avanti con la vita.
Se c’è una fonte di tutto ciò che esiste, allora, senza eccezioni, tutto ciò di cui noi siamo testimoni nella vita deve appartenere a quella fonte, deve avere una natura sacra e divina.  Quando benediciamo quello che ci ha fatto molto soffrire, affermiamo la sua natura santa e sacra, nient’altro.
C’è qualcosa di magico che accade quando lo facciamo.  Spiegare a parole forse qui non serve: è un’esperienza che si deve fare personalmente per riuscire a capire il ruolo della benedizione nella nostra vita.
Durante  questa parte del seminario, la gente spesso mi chiede: “Tu vuoi che noi benediciamo qualcosa? Chi siamo noi per benedire?  Credevamo che solo le persone sante potessero farlo!”
Io rispondo loro: “Se non voi, chi altri? Chi potrebbe essere più santo di voi? Chi potrebbe essere più sacro di  voi? Voi che vi siete avventurati così lontano, alla presenza  gli uni degli altri, nell’esperienza della creazione, voi che siete venuti su questo mondo per fare da testimoni gli uni agli altri ed  a voi stessi?  Quale atto potrebbe essere più santo di questo?  Se non siete voi le persone che possono benedire un evento, allora chi può farlo?”
Dunque cos’è questa benedizione?  Cosa affermiamo quando benediciamo qualcosa?  Abbiamo l’opportunità, quando siamo testimoni di qualcosa che ci ha ferito nella vita – e uso  degli esempi che abbiamo già visto e forse anche altri che non abbiamo ancora visto – cosa succede se voi benedite ciò che vi ha profondamente ferito?
 Immaginate che persona potente bisogna essere per fare questo! Si tratta di guardare direttamente in faccia le cose che vi hanno causato  la sofferenza più profonda, che vi hanno portato nelle oscure profondità delle vostre vite e di dire: “Io benedico questa cosa!” Con quella benedizione state solo dicendo che ciò che è accaduto è sacro, divino, santo, che fa parte dell’Uno anche se non capite che posto ha nell’insieme e nel fare questo c’è un senso di liberazione, anche se questo  può non succedere la prima volta.
Quando qualcosa ci ferisce nella  vita di solito vanno presi in considerazione due o tre aspetti: l’origine  della ferita, l’urgenza della ferita e talvolta anche il testimone della ferita.
Per esempio il massacro in Ruanda, come lo si può affrontare?
Non si riesce neanche  ad immaginare 10.000 esseri umani massacrati dai propri concittadini, mentre giacciono morti e nudi lungo le strade di campagna del Ruanda!  Come gestiamo una cosa del genere?
Possiamo razionalizzarla  qui nella testa, mentre qui, nel cuore resta qualcosa che fa male.  Cosa succede se, pensando ai soldati che hanno preso le vite di  quelle persone diciamo: “Siano benedetti quei soldati!”.  Non si stanno affatto condonando le loro azioni, non si sta  esprimendo accordo sull’accaduto, si sta solo riconoscendo che  fanno parte dell’Uno.
“Siano benedetti i soldati che hanno prese quelle vite, siano benedetti coloro che hanno dato la vita, siamo benedetti noi che ne siamo stati testimoni!” 
Sapete  che potenza è necessaria ad un essere umano per fare questo? Non state acconsentendo al fatto che il gesto si ripeta, state solo rimuovendo la carica dal vostro corpo.  Riuscite a sentirlo anche in questo momento?
Se noi giriamo le spalle a quelli che ci sono apparsi come gli orrori di questo mondo e ci voltiamo e semplicemente li ignoriamo, non è così che possiamo trovare il nostro potere, i nostri più alti livelli di maestria li troveremo nell’essere testimoni di ciò che ci  ha offerto la vita e nel ridefinire il significato di  quegli eventi. Gli antichi ci  hanno offerto un contesto per farlo.
Se ne ridefiniamo  il significato e riusciamo a liberarci, allora possiamo andare avanti nella nostra vita.
Quello di cui stiamo parlando non ha nulla a che fare con il compiacimento e non riguarda un’azione che nasce  dalla rabbia o dalla vendetta, riguarda piuttosto un’azione  che scaturisce da un punto della nostra emotività che ha acquisito potere.
La gente a volte mi domanda: ”Che succede se non riferiamo nessuna applicazione per questa legge o se non troviamo  nessun riscontro nella nostra vita? Ed io chiedo loro: avete forse altra scelta?
Avete due opzioni: o attraversate la vita trovando un modo per riconciliare ciò che  essa vi offre, oppure l’attraversate considerando una serie  di sfide piene di conseguenze.  Quindi vi incoraggio ad invitare nella vostra vita quella grande forma di guarigione che è il dono della benedizione e se riuscite a capire il significato che  ha per voi, preparate i fazzoletti di carta!
Le lacrime non rappresentano necessariamente la tristezza, le lacrime sono anche un modo in cui il nostro fisico risponde alla rimozione della carica, trovando un nuovo equilibrio, equilibrio che giunge proprio nei momenti in cui meno ce lo aspettiamo.
Nell’arco dei secoli, gli antichi popoli indigeni ci hanno rammentato il potere del pensiero e il ruolo che quel potere può avere nella nostra esistenza. 
La gente del Nuovo Messico del Nord racconta una storia particolarmente significativa sui propri antenati, sul potere del pensiero e su questa montagna che vedete alle mie spalle. Nel tardo  ‘800 un gruppo di cacciatori passava  per questi luoghi che fungevano da pascoli per grossi branchi di alci, bufali ed antilopi ed alla fine dell’autunno, proprio mentre uomini, donne e bambini stavano attraversando la zona di caccia della montagna una prematura tempesta invernale li colse di sorpresa. 
Non c’era cibo perché gli animali non ce l’avevano fatta ad arrivare in quella zona di pascolo, quindi  ben presto i membri della tribù si resero conto che, se volevano sopravvivere, qualcuno sarebbe dovuto restare mentre altri avrebbero dovuto proseguire.  Tutti decisero che per il bene dell’intera tribù le donne sarebbero restate e gli uomini avrebbero proseguito, avrebbero montato gli accampamenti ed in primavera sarebbero tornati, il prima possibile, a riprendere chi era rimasto indietro.
Purtroppo un  insieme di circostanze e molti altri fattori fecero sì che gli uomini della tribù non potessero tornare per ben due anni.  Quando  gli uomini si accinsero a ripartire per il luogo in cui speravano di  ritrovare fra i superstiti le persone che amavano e che avevano dovuto lasciare, decisero  che avrebbero svolto tutti insieme una cerimonia di ringraziamento per rendere onore ai doni che quella gente  aveva concesso alla tribù restando indietro.  Al loro arrivo scoprirono con gioia e sorpresa che non solo l’intero gruppo di donne era sopravvissuto, ma che, durante i due anni trascorsi, alcune di esse avevano concepito un figlio senza che il seme maschile avesse contribuito all’evento.
Inizialmente  questo fu un mistero per la tribù, perciò pregarono per ricevere un sogno di gruppo.
Il sogno venne e mostrò alla tribù che era stato il potere del pensiero a permettere  alle cellule delle donne che lo desideravano di concepire la vita.
Recenti ricerche hanno dimostrato che questa vecchia storia che si raccontava 150 anni fa può contenere ben più di quanto sembri. In condizioni di laboratori, degli ovuli femminili sono stati  toccati meccanicamente in modo da mettere nelle cellule la convinzione che fosse occorso il concepimento e, con quella convinzione, le cellule hanno cominciato a dividersi.  Il concepimento può veramente avvenire senza l’intervento del seme maschile.
E’ possibile che il potere del nostro pensiero sia così grande da permetterci perfino di dare origine alla vita nell’organismo umano?
* * *

Tratto dalla trascrizione della  videoconferenza "Camminare tra i mondi"

immagine dal web

giovedì 3 settembre 2015

Fa che io ami tutti con il Tuo amore


Padre Celeste, fammi comprendere che sei Tu a far lavorare le mie mani e a camminare con i miei piedi. 

Divino Spirito, fammi percepire che sei Tu il potere di assimilazione del corpo e il potere di eliminazione di tutti  i veleni che contiene. 

Tu sei la vita che scorre nelle vene e nelle arterie e che palpita nel mio cuore. 

Possa la Tua saggezza agire attraverso la mia mente.
Possa la Tua ragione guidare la mia ragione.
Possa la Tua volontà indirizzare giustamente la mia volontà ostinata.
Possano i Tuoi sentimenti guidare delicatamente i miei sentimenti.
Possano i Tuoi desideri suscitare le mie ambizioni.
Possa la Tua misericordia ispirare la mia gentilezza.
Possa la Tua compassione manifestarsi nella mia compassione.
Possano i Tuoi pensieri sussurrare attraverso il filo dei miei pensieri.
Possa la Tua onniscienza permeare la mia intuizione e renderla infallibile.
Possano le Tue decisioni indicare la via alle mie decisioni.
Possa la Tua onnipresenza vibrare nel mio essere.
Possa la Tua gioia essere la mia gioia e la Tua felicità la mia felicità.

Possa la Tua beatitudine sempre nuova essere la mia beatitudine.

Possa il Tuo amore indurre il mio amore ad amare tutti con il Tuo amore.

Paramahansa Yogananda




Immagine dal web

mercoledì 24 giugno 2015

Richard Gere ci insegna ad augurare la Felicita’

In un precedente articolo ho parlato della felicita’ e del potere di inviare amore e benedizioni: Quando benediciamo una persona o un evento che ci ha causato dolore, la benedizione ci aiuta a rimuovere la carica emotiva causa della nostra sofferenza. La benedizione è una qualita’ di pensiero, quindi benediciamo sempre e comunque!

Anche con la tecnica dell’Ho’oponopono quando diciamo Grazie o Ti Amo, ci assumiamo il 100% di responsabilita’, lasciamo andare e ripuliamo le nostre memorie, purificando la nostra mente e le emozioni indesiderate che ci causano dolore.


Richard Gere suggerisce un semplice esercizio da fare per trasformare la carica negativa della rabbia e delle situazioni di conflitto in genere, in energia positiva. Certo puo’ apparire difficile dirigere un pensiero di amore e felicita’ verso un nemico, o verso qualcuno che ci ha fatto un torto, uno sgarbo ma se provate a farlo noterete la differenza, il rancore sparira’ e voi ne godrete il beneficio, nello spirito e nel corpo.

Avete mai provato a pronunciare la parola Felicita’? Cosa provate nel dirla e qual è l’espressione del vostro volto? Personalmente quando pronuncio la parola Felicita’ mi viene da sorridere, e se le mie labbra sorridono sorride anche il mio cuore. Vale la pena provare.

Credo che quando si pronuncia la parola Felicita’, ma anche le parole Amore, Benedizione, Gioia, Divertiti, Buona Vita, ci si collega direttamente a quel sentimento di benevolenza che avvolge la nostra aura, predisponendoci alla posivita’, al buono, all’accordo, alla buona sorte, al bene della persona a cui rivolgiamo questo augurio. Ripeto spesso che siamo Uno, quindi  augurare Felicita’ e Bene agli altri puo’ portare solo del bello a noi Tutti. 

“Quando qualcuno tocca la mia vita è una benedizione, quando tocco la vita di qualcuno è un onore, ma quando riesco a far toccare la propria vita agli altri, allora ... E’ un piacere indescrivibile!

Pioggia di Benedizioni per TUTTI VOI !!!
Buona Vita!!

Katia Botta



Grazie Richard, una tecnica in piu’ per raggiungere la pace interiore.
Questa è la tecnica:

"C'è un potente esercizio, abbastanza semplice, che ho iniziato ad utilizzare molti, molti anni fa. Chi avrei incontrato lungo la mia strada, che si tratti di una persona o di un insetto, il primo pensiero che colgo rispetto a questo momento è : "Ti Auguro la Felicità". E più importante che l'idea, quella era quella prima volta che dicevo “Ti Auguro la Felicità”. 

Questo cambia completamente  ciò che sta per accadere tra voi e l’altra persona.
Lo dico per esperienza personale.

A volte è molto difficile quando si incontra il nemico, quando ci si trova faccia a faccia con una situazione difficile e inaspettata…. 
A questo punto crei  la possibilità di fare più spazio intorno a te ... Vedi come  questa emozione negativa scompare, e prima che essa ti prenda, avrai il tempo per convertirla ... Vedi ogni cosa cosi’ com’ è: come semplice e evidente ignoranza, rabbia o paura, non dell’altro, ma come l'ignoranza da parte mia e da parte dell’altro…

Convertila, lasciala andare, trasforma tutto in amore.
«Ti Auguro la Felicita’!" 

Prova e vedi quanto tutto cambierà nella tua vita. "

«Ogni mattina inizio la mia giornata con questa preghiera: “Lascerò andare ogni dolore, cercherò di portare serenità...”. Il buddismo mi ha insegnato la compassione umana, il rispetto per gli altri e il coraggio di liberarmi di me stesso».

Richard Gere


Immagine Credits: AP Photo/Trisnadi